A Palazzo Chiesa (C.so Venezia 36, Milano), sede della banca d’affari Primus Capital, s’inaugura in questi giorni la Divisione Arte della banca con la mostra Enchanted Nature, revisited, personale di Michele Ciacciofera. Di origine sarda, l’artista ha vissuto molti anni in Sicilia, e queste due terre lo hanno decisamente influenzato – al pari dei suoi numerosi viaggi – nella vita come nell’arte.
Un’arte di spirito mediterraneo, segnata da un approccio anarchico e istintivo nella forma espressiva, che lo porta a non ritrovarsi mai vincolato a un particolare mezzo, come anche a non restare confinato nella definizione di artista figurativo o astratto: per esprimersi ricorre con una naturale versatilità all’utilizzo di molteplici forme espressive, sempre però accomunate da una matericità che porta a instaurare con lo spettatore un rapporto sensoriale, quasi epidermico.
In questa mostra Ciacciofera osserva la natura, e – come implica il titolo – la rilegge, andando oltre: l’accento è posto sulla memoria, sugli archetipi che sempre guidano il percorso dell’uomo: tra disegni e ceramiche, l’artista espone anche fossili di centinaia di milioni di anni, perfetti ready-made rivisitati, rivitalizzati e posti a dialogare con le opere. Nelle quali le sostanze, anche non pittoriche (cenere, polvere, argilla, resina…) s’accumulano sulle tele insieme al materiale pittorico.
Lui si definisce semplicemente “disegnatore”. Ma l’arte di Pietro Ruffo è senza dubbio più complessa: la tridimensionalità la rende scultura, la progettualità è quella tipica dell’architetto (Ruffo lo è); l’approccio concettuale è quello di un ricercatore, uno storico, quasi un filosofo. E il risultato è estremamente poetico.
Il risultato degli ultimi dieci anni di lavoro di Ruffo, “Breve storia del resto del mondo”, è esposto a Catania, presso la Fondazione Puglisi Cosentino, fino al 10 luglio. E lo stesso Professor Emmanuele Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, che cura l’evento, sottolinea che l’atteggiamento creativo di Ruffo è quello che Albert Einstein riteneva dovesse essere: ovvero, “l’intelligenza che si diverte”.
Abbiamo rivolto alcune domande a Pietro Ruffo.
Lei ha dichiarato che l’idea di libertà – analizzata da ogni punto di vista – è quello che unisce tutte queste sue opere, che si svolgono nell’arco degli ultimi dieci anni. Esiste una situazione ideale, in cui la libertà collettiva e quella personale riescono ad essere conciliabili?
Quella che mi fa è una domanda bellissima… Questa domanda è stata la base per una borsa di ricerca che ho vinto alla Columbia University, partita proprio da questo spunto: è possibile unificare questi due sistemi che si sono contrapposti durante la prima guerra fredda, ovvero l’ideale di una libertà collettiva come nel blocco dell’est e quello di una libertà individuale che contraddistingueva il blocco occidentale? Ho posto questa domanda ad alcuni filosofi, fornivano ognuno una ricetta diversa. Questo mi ha spinto ad attuare un progetto molto grande: quaranta interviste/ritratti di filosofi che arrivavano da tutte le parti del mondo per poter capire quale fosse la loro idea di libertà.
La cosa che è molto interessante riguardo al concetto di libertà è che più vai a fondo, più ti rendi conto che questo termine si allontana dalla tua comprensione. Nei momenti storici in cui i leader pensavano di sapere quale potesse essere una soluzione per rendere libero il popolo, si sono creati i regimi più autoritari del Novecento. Meglio non sapere cosa sia la libertà. Anche perché personalmente ritengo che non siamo abbastanza maturi – come popoli – per poterla gestire: il momento in cui noi sentiamo più fortemente il bisogno di libertà è quello in cui abbiamo dei nemici della libertà da combattere. Nella primavera araba, per esempio, tutti i ragazzi scendono in strada mettendo a rischio la loro vita, sentono questa idea di libertà fortissima perché lottano contro un despota che gliela sta negando. Quando invece devono creare una società libera e uguale per tutti, iniziano i problemi.
PIETRO RUFFO SPAD SVII GALLERIA NAZIONALE D’ARTE MODERNA ROMA 2014
A parte la libertà collettiva… quella individuale e personale per lei da che cosa è rappresentata?
Come accennavo, noi siamo tutti nati in un paese molto libero, quindi la ricerca della libertà si complica ancora di più perché non sappiamo contro cosa lottare. Ecco quindi che spesso diventiamo dittatori di noi stessi, imponendoci delle regole estremamente dure per poi sentirci liberi: chi segue regimi alimentari molto rigidi, chi ha il culto del corpo e va in palestra in continuazione… Tendiamo a darci delle regole molto forti, visto che nessun altro ce le impone dall’esterno. Secondo me la persona che ha risposto meglio a che cosa sia la libertà è Khalil Gibran, quando sostiene che non sia altro che lo scappare da sé stessi, ovvero trasformare il proprio destino: la vera libertà è essere nato in un determinato ambiente sociale e cambiare completamente la tua sorte in vari modi.
Ciò che più mi colpisce del suo lavoro è la capacità di riporre al centro del gesto artistico il divertimento. E con questo rivendicare l’importanza della leggerezza – che l’arte può avere – e che se ben coniugata, come lei fa, rafforza il proprio messaggio. Forse questo accade perché il linguaggio del gioco è quello più immediato e universale?
Sicuramente è come una pianta carnivora che attira gli insetti con un buon profumo e una volta dentro se li mangia… Anche se io non cerco di fare delle trappole. Scherzi a parte, penso ci siano due aspetti importanti: il primo è che io faccio l’artista, e quindi per me è anzitutto importante che ogni lavoro abbia una sua composizione interessante. E questo comprende anche il divertimento, il piacere. Poi c’è l’aspetto più concettuale, se però ci si limita ad appendere un filo di cotone a una parete o ad attaccare delle fotocopie a un muro… Mah. A me piace che l’artista crei la trasformazione di un messaggio: l’opera deve innanzitutto avere una composizione interessante ed attraente, il concetto viene dopo.
Riguardo al gioco, è vero: l’artista dovrebbe essere il primo a divertirsi per interessare chi poi guarda il suo lavoro. Io utilizzo anche un materiale molto delicato come la carta, con cui mi sono divertito a realizzare un aeroplano vero o un carro armato, ed è veramente come un gioco: come un bambino che dice “voglio fare un aereo di carta!”, ma lo vuole fare vero… e lo fa. Poi, è chiaro, per farlo serve un lavoro importante – noi ci abbiamo messo sei mesi in dieci persone per fare l’aeroplano – ma è fondamentale che lo spettatore, nel guardarlo, non senta la fatica e l’operosità di chi ci ha lavorato. Deve restare la leggerezza.
Helvetius grafite e intagli su carta 170x220cm framed 2009
Volendo essere schematici, le sue opere potrebbero essere definite pittura, ancor più scultura per via della tridimensionalità: senz’altro si vede la progettualità tipica dell’approccio architettonico. Io però, dovendo dare una personale definizione, le sento più simili a un atto poetico. Qual è il suo personale punto di vista in merito?
La ringrazio molto per l’ “atto poetico”… Quando mi chiedono che lavoro faccio, io rispondo “il disegnatore”, perché tutti i miei lavori sono disegni, piccoli o grandi, bi o tridimensionali, ma sempre disegni. Gli strumenti che uso sono molto tradizionali: penne, matite, acquerelli, taglierini… quello che cerco di fare è usare questi strumenti in un modo nuovo. Come mi definisco? Un disegnatore, ma anche un ricercatore, perché davvero gran parte del mio lavoro consiste nello stare dentro alle biblioteche a studiare dei temi che mi appassionano. I risultati, più che essere una sintesi di quello che credo di aver capito, sono degli appunti… soltanto che i miei appunti non sono scritti, ma disegnati.
C’è tuttora discordia nel dare una definizione univoca del termine “Geopolitica”: chi pone l’accento sull’aspetto sociale, chi su quello economico, chi su quello fisico e chi invece su quello storico/politico. Qual è il suo personale punto di vista sulla questione?
Questa è difficile. Beh, la prima cosa che mi viene da dire è che tutte queste cose non possono prescindere l’una dall’altra e forse la cosa che penso più di ogni altra è che veramente abbiamo combinato grossi guai. Non voglio essere eurocentrico, però è evidente che tutto ciò che abbiamo fatto negli scorsi secoli ha creato la situazione attuale. Quando tu vai in una nazione e la dividi con una riga e una squadra su una mappa geografica senza far caso ai popoli che ci vivono e ai meccanismi che si sono creati nella storia e pensi che il tuo modus sia quello giusto, purtroppo puoi fare solo un disastro. E si pone la domanda: sono peggiori le soluzioni che adottiamo per trovare rimedio a queste nostre colpe o il lasciar fare i popoli nelle loro nazioni senza metterci troppo il naso? Ciò detto, la geopolitica è soprattutto un’ analisi attenta della storia che fornisce delle risposte su quello che sta succedendo oggi e – ahimè – molte di queste risposte hanno un imputato principale che siamo noi. Siamo colpevoli e responsabili anche noi, come chi ha effettivamente compiuto certe azioni anni fa.
In merito a questo, e ai temi sociali che affronta, c’è una riflessione a cui vuole portare il pubblico? Pensa che l’arte possa essere d’aiuto?
Sì. Se mi chiede cosa debba fare l’arte, non lo so. Se mi chiede cosa possa fare l’arte, la risposta è sicuramente “far pensare”. Quando ho affrontato un tema delicato come quello della questione palestinese ho avuto delle discussioni con il rabbino capo di Roma, con le comunità ebraiche di New York e Londra, che hanno molto arricchito il mio percorso. Amo parlare con persone che difendono fortemente il loro pensiero, e che a volte hanno cambiato opinione sul mio lavoro. A New York volevano far chiudere il museo dove era esposto il mio carroarmato (un’opera che tratta della questione, esposta anche a Catania, NDR), e alla fine volevano donarlo al museo di Tel Aviv. Nel dialogo poi si cambia opinione. Non voglio darmi dello sciamano, ma è come se l’artista facesse un lavoro in maniera più o meno inconsapevole, e poi questo lavoro viene collocato da qualche parte e cessa di diventare suo, si anima di vita propria nella discussione con le altre persone.
Progetti nel futuro immediato?
Vorrei provare a continuare col mio lavoro, ma anche provare a stravolgerlo. Il sogno nel cassetto è andare in Giappone, non ci sono mai andato e per me sarebbe un sogno. Loro per la carta hanno una venerazione.
Si definisce “disegnatore”. Ma l’arte di Pietro Ruffo è molto più complessa: la tridimensionalità la rende scultura, la progettualità è quella dell’architetto (Ruffo lo è); l’approccio concettuale è quello di un ricercatore, uno storico, quasi un filosofo. E il risultato è estremamente poetico.
Il risultato degli ultimi dieci anni di lavoro di Ruffo, Breve storia del resto del mondo, è esposto da domani a Catania, alla Fondazione Puglisi Cosentino. E lo stesso Emmanuele Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo, che cura l’evento, sottolinea che l’atteggiamento creativo di Ruffo è quello che Albert Einstein riteneva dovesse essere: ovvero, “l’intelligenza che si diverte”.
La mostra segue un percorso non cronologico ma in forma di racconto: dal colonialismo alla questione mediorientale, dalle proteste degli anni ’60 ai regimi coloniali, dalla primavera araba ai profughi dei nostri giorni, il focus è sempre incentrato sul concetto di libertà, da tutti i punti di vista – collettiva, privata, di Stato – e su quali possano esserne gli effetti.
La Sicilia, porta d’ingresso italiana ai nuovi flussi migratori, è più che mai sede ideale per un’esposizione di questa natura. In tal senso, particolarmente toccante è l’opera con cui la mostra si chiude, Madri del Mar di Sicilia, una considerazione sulle madri che affrontano enormi traversie cercando di salvare i propri figli.
Al PAC di Milano, nel contesto della settimana della moda, Tod’s rende merito al Made in Italy e sottolinea la nobiltà del lavoro artigianale – che non a caso è etimologicamente legato al concetto di arte – tramite la performance VB Handmade di Vanessa Beecroft, prima dell’apertura della sfilata del brand principe del gruppo di Diego Della Valle.
L’intenzione è quella di sottolineare l’importanza di quel verbo, “Made“, restituendolo alle mani ed alla maestria dell’uomo. E, con l’opera della Beecroft, Della Valle intende anche lanciare un messaggio ai giovani, per avvicinarli a un lavoro importante – quello dell’artigiano – spesso sottovalutato.
Abbiamo rivolto alcune domande all’artista.
La moda ha da sempre guardato all’arte come fonte di ispirazione per trarre suggestioni da coniugare poi negli abiti. La reciprocità del rapporto, tranne in casi particolari come quello dei futuristi, non è mai stata particolarmente garantita, se non da eccezioni splendide, come è anche la sua. Quali sono i motivi forti per cui la moda può diventare elemento chiave per un’opera d’arte?
Si tratta del concetto che sta dietro alla scelta di un designer. Un esempio potrebbe essere Yves Saint Laurent che, nel creare un’immagine di donna diversa, le attribuisce dei nuovi valori. Non si tratta di una considerazione estetica, ma di qualcosa che comporta cambiamenti stilistici che sono simili a quelli che fa l’arte nell’arte. Quando le due operano in modo simile, che è quello secondo me di partire da un concetto che rivoluziona la società, allora l’arte e la moda si avvicinano. Ed è quello che ho fatto io stessa in questo lavoro: non ho pensato a un’estetica, prima ho pensato alla pelle, alla seconda pelle di una donna, all’operato di avvolgerla, di trafiggerla con degli aghi, e dal concetto è nata poi la forma. Quando la moda è a sua volta così radicale si può avvicinare all’arte.
VB Handmade di Vanessa Beecroft
La storia dei tableau vivant si rinnova costantemente, sin dal diciannovesimo secolo, ed è sempre attuale, andando di pari passo con l’evoluzione delle arti, della pittura, della fotografia e del teatro. Quali sono i suoi riferimenti più importanti?
La verità è che i miei riferimenti sono le pitture del rinascimento: non ho avuto immediati riferimenti di performers perchè sono sempre troppo… performativi. I miei riferimenti sono sempre state le immagini fisse, non potendo riprodurle con la pittura le ho realizzate con gli esseri umani.
VB Handmade di Vanessa Beecroft
L’aspetto effimero delle performance sembra essere più coerente, rispetto ad altri media da lei usati (scultura, fotografia, video…) nel coniugarsi ad un mondo che si tende a definire altrettanto effimero com’è quello della moda.
Ma l’arte per definizione non dovrebbe eternare?
Lo so, è una questione che mi sono posta. Il problema è nato dal fatto di credere di non riuscire a riprodurre con la pittura o la scultura ciò che trovavo immanente in una donna, nella figura femminile. Quindi per un certo periodo ho utilizzato la fotografia, che però non mi appartiene, dato che non sono una fotografa: l’ho fatto per poter ovviare all’assenza della performance una volta che se ne è andata – a parte, chiaramente, la forza della memoria – cercando di compensare con fotografie, disegni, pittura, ed oggi sculture in marmo. Ora mi trovo in un momento in cui sto cercando di capire se io possa allontanarmi dalla performance e concentrarmi finalmente sulla pittura. Dopo aver passato vent’anni in cui mi sono occupata prevalentemente di mostrare gli aspetti sociali, potrei adesso dedicarmi invece solo all’arte, e quindi alla forma, alla bellezza, al colore, all’estetica. Questo sarebbe un lusso che non mi sono ancora permessa.
VB Handmade di Vanessa Beecroft
Cosa si è risposta?
Ancora non lo so. Addirittura due giorni fa mi sono detta “adesso chiudo lo studio” perché ho l’impressione di non aver mai avuto il tempo prolungato di chiudermi in uno studio; forse da qui scaturisce il conflitto che poi genera questo tipo di opere e non la pittura.
La collaborazione con Tod’s, come è nata?
La collaborazione è nata in un momento molto critico perchè non avevo molto tempo a disposizione e non sapevo se ce l’avrei fatta. Ma Diego Della Valle è una persona che conosco per la sua sensibilità all’arte, e mi sono detta che quindi avrebbe capito il lavoro di un’artista. Ho anche chiesto dei consigli, ad esempio a Franca Sozzani che mi ha detto “fallo, sarai capita, non avere paura”. Mi preoccupava non riuscire a fare una cosa abbastanza buona in poco tempo. Ma ho avuto il conforto di persone che conoscono la famiglia e che hanno garantito la protezione intellettuale: questo mi ha dato molto coraggio.
Diego Della Valle, Vanessa Beecroft, Andrea Della Valle
Quando iniziai a scattare i #selfieadarte non lo feci guidata dalla mia – pur esistente, sia ben chiaro – vanità. Per quello avrei potuto scegliere di cavalcare l’onda, che impone di scattare selfie comunque e sempre. Non era nemmeno per uno spirito trasgressivo, teso a sdrammatizzare qualcosa che – nonostante Duchamp e tutti i suoi epigoni – appare tuttora difficile da prendere non già meno sul serio, ma in maniera più leggera nel senso sano del termine; e nemmeno per commettere un altro tipo di trasgressione, ovvero disubbidire alla regola imposta da praticamente ogni museo secondo cui è vietatissimo scattare foto all’interno dello stesso (colgo anzi l’occasione per ricordare a tutti che NON È così! Il Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83 sulle disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo (convertito dalla Legge 29 luglio 2014, n. 106) prevede infatti che sia “possibile scattare liberamente foto nei musei per uso personale e comunque senza scopo di lucro”… oltre che senza il flash, che può rovinare le opere!).
#SELFIEADARTE “L’indiano fa le pentole ma non i coperchi” #SubodhGupta @TATE @V&A Museum #London When Soak Becomes Spill, 2015
Il mio obiettivo era in realtà… didattico. Ma non nel senso più ovvio che questa parola può suscitare: non intendo ergermi a insegnante di alcunché coi miei scatti, anche perché le mie pose generalmente buffe e le frasette di accompagnamento alle foto hanno poco di intellettualmente significativo da trasmettere. La mia volontà era – ed è – quella di promuovere delle opere (che scelgo) dalle mostre (che scelgo) che vado a visitare e interagire con loro, seppur a un “livello basso”. Attenzione, però: questo presunto basso livello o interesse culturale, che in American English si chiama “lowbrow“, da termine dispregiativo che era è passato a definire un genere (quello del surrealismo pop) tra i più interessanti emersi a cavallo tra lo scorso millennio e l’attuale. Un po’ come capitò all’impressionismo…
Ma non divaghiamo, quello che intendo dire è che l’approccio umoristico, o comunque popolare, all’opera d’arte può permettere (prima di tutto a chi decide di autoritrarsi con l’opera stessa) di leggerne il messaggio da un punto di vista diverso, e più personale. Anche grazie al fatto di ritrovarsi in qualche modo – anche se solo tramite uno “sciocco” selfie – a ricreare insieme con l’opera ritratta qualcosa di nuovo; qualcosa di bello, fosse anche solo per il gesto compiuto.
Subodh Gupta
E con lo stesso spirito che evidentemente ha precedentemente animato me, un paio d’anni fa Mar Dixon, una mamma di Londra iperattiva su Twitter e che gestisce un sito che si occupa di mostre e musei, ha lanciato la campagna #MuseumSelfie Day.
Che ha un intento nobile sin dalle sue origini, ed è quello di avvicinare i giovani (e il pubblico dalla vita prevalentemente virtuale e social, magari anche più anziano ma alle prime armi come frequentatore di spazi espositivi) alla fruizione dei beni culturali, esorcizzando in questo modo in loro la “sindrome da sbadiglio museale” e possibilmente stimolando in loro il naturale bisogno di Sapere e di Bellezza, intrinseco nell’essere umano ma spesso, purtroppo, assopito.
Alla Dixon l’idea di lanciare la campagna è venuta dopo una serie di visite a svariati musei con sua figlia: “Il mio obiettivo con mia figlia, quando andiamo in un museo, è quello di imparare qualcosa di nuovo. Non deve riguardare necessariamente l’arte, però: può anche trattarsi del fatto che il museo venda delle ottime torte di carota. L’hashtag #MuseumSelfie parla del museo, ma in effetti riguarda le persone che vanno al museo. Tu scatti quella foto, e tu ricorderai quell’immagine e quel momento“.
Mi associo quindi a Mar Dixon, e vi invito a celebrare il #MuseumSelfie day in questo evento che oggi si svolgerà sui Social Network e nei musei di tutto il mondo! E come si fa? È molto semplice: si scatta una foto accanto a un’opera d’arte (o a una torta di carote…) a vostra scelta in un museo a vostra scelta, e la si posta su Facebook, Twitter, Instagram o dove vi pare, accompagnata dall’ hashtag ufficiale #MuseumSelfie e taggando l’account ufficiale @MuseumSelfieDay… e già che ci siamo, visto che vi ho raccontato tutto questo, fossi in voi aggiungerei l’hashtag #Selfieadarte e taggherei il mio account @CleliaPatella !
Luca Beatrice è uno che la sa lunga. Molto deriva ovviamente dal suo acume, ma ciò è in gran parte dovuto al fatto che lui – caso raro tra i critici e i curatori di arte – ha competenze vere anche in campi che esulano da quello canonico dell’arte figurativa. È Presidente del circolo dei lettori di Torino, scrive su Rumore… per questo, si ritrova sovente a esplorare le “contaminazioni” tra l’arte in senso stretto e la letteratura, la musica e anche il cinema. Più in generale, il suo lavoro spesso si occupa dell’arte nel contesto della società dello spettacolo e in relazione con la stessa.
Per dirla ulteriormente come Debord, l’arte – immobile, sacra e monolitica – da sola ostacola la comunicazione; i nuovi media, al contrario, fanno sì che le immagini diventino l’anima della società e dei rapporti tra le persone. Per questo motivo, sempre più, l’arte è interessante e attuale quando valica i suoi confini contaminandosi con la società.
Lady Tarin - Ludovica, 2010 - stampa giclèe, cm. 20 x 30
E il concetto appena premesso accompagnava costantemente i miei pensieri, il mese scorso, mentre leggevo il nuovo libro di Beatrice, “Sex” (Rizzoli). Libro che parla della presenza del sesso esplicito nell’arte moderna e contemporanea, e che (sin dal sottotitolo che indica un percorso “… da Courbet a Youporn”) ci porta dalle arti figurative a discorsi sul sesso in musica, cinema, perfino pornografia senza che ci si renda conto che di fatto non stiamo parlando di arte. Ma qui l’ho detto e qui lo nego, ne stiamo parlando eccome.
E il concetto del libro trova una sua visualizzazione nella mostra “HOT”, a cura di Luca Beatrice in collaborazione con Benedetta de Magistris.
Nel’introduzione al catalogo della mostra, Beatrice cita i Cure dal loro album “Pornography”: “But it’s too late”, dice. Mi riallaccio a questo, citando le parole del leader della band, Robert Smith, che discutendo sulla genesi del titolo del disco, disse saggiamente tra le altre cose:
“Non è il soggetto che è pornografico ma l’interpretazione che ne dai.“
È proprio così. Come dice sempre Beatrice, la differenza sta nel contesto. Oltre che, ovviamente, nell’osservatore. I concetti di “osceno” e di “scandaloso” hanno senso solo da quando l’erotismo (o la pornografia?), in arte o meno, iniziano a dover fare i conti con i media. Se li decontestualizzi, o per meglio dire li ricontestualizzi, erotismo e pornografia possono essere arte. E viceversa, l’arte può essere pornografia.
Le immagini di “HOT” sono state selezionate ponendo una particolare attenzione al fatto che fossero decisamente esplicite: eppure sono assolutamente artistiche, come dice il curatore “per stile, linguaggio, raffinatezza e maestria”. L’intento è quindi chiaramente quello di dimostrarci che, in questo contesto, la pornografia può diventare arte.
Ragazza con vestito di seta turchese, 2013 china e matite colorate
Dalle polaroid di Araki, fotografo/voyeur che più di chiunque altro ha rivelato l’estremamente complesso universo erotico del Giappone, a quelle di Mario Schifano, grande pittore, che fotografava il sesso femminile con passione e ossessione; dalla collaborazione visionaria di Zucconi e Sabbagh, che svuotano l’anima ad una scultura di marmo, rendendola vuota e sottile, e la riempiono e animano proiettandovi sopra un corpo femminile vivo e malizioso, al disegno di Jean Cocteau, scrittore, disegnatore e regista estremamente versatile le cui opere visive trasudano sesso e surrealtà; dal pop lowbrow di Francesco De Molfetta che mette in mostra i vizi insospettabili dei protagonisti delle fiabe, a Richard Kern e alle sue girls next door al contempo patinate e ruspanti; dall’iperrealismo di Sabrina Milazzo, che pare rendere pulsanti e vivi i corpi ritratti, al diario personale di Fulvia Monguzzi che con matite e penarelli prende appunti sul suo sesso quotidiano; dai disegni del cantautore Tricarico, che pare ricreare degli scenari alla Bosch con china e pastelli, veri e propri eden (o ade) del sesso, fino al bonus dei “sex toys” di Haring ed altri, le opere sono estremamente diverse tra loro per tecnica, approccio (talvolta ironico, altre volte estetico, oppure simbolico…), ma così simili nell’oggetto rappresentato.
Condom Heart – Pop prodotti dalla Keith Haring Foundation, New York
“HOT” sarà esposta alla galleria De Magistris (via Sant’Agnese 16, Milano) dal 23 maggio al 6 luglio 2013.
Una delle caratteristiche che rendono eccellente un pittore figurativo, e lo elevano al di sopra degli altri a prescindere da ogni ulteriore aspetto, è la sua capacità di dare corpo alle forme. Di creare una pittura estremamente volumica, addirittura tridimensionale; è una qualità che non dipende dalle capacità tecniche (o, meglio, non si esaurisce in esse), ma che fa parte del talento puro di un artista.
Marta Sesana, pittrice milanese, classe 1981, in questo è maestra. Le sue figure umane, così plastiche (anche nel senso dell’apparente materiale: danno infatti l’impressione di essere create con la plastilina), paiono quasi uscire dalla tela. Il loro aspetto surreale passa quasi in secondo piano, rispetto a quanto in effetti appaiano reali grazie al tocco della pittrice. Ed in effetti la surrealtà delle figure di Marta cela invece un approccio più realista, quasi quotidiano, in cui vengono raccontate e dipinte persone che si ritrovano in situazioni comuni – seppur spesso speciali, come nel caso della folla multicolore dei giovani di “Piazza d’Uomo” – così come scenari naturali e non invece luoghi utopici, come nel caso del trittico “La Foresta”. Ma la pittura della Sesana, col suo lavoro che parte dal ritratto di un bozzetto tridimensionale costituito da volumi reali, per poi passare al disegno e all’aggiunta di luci e colori, cerca di rivelare le verità nascoste delle cose raffigurandone dei simulacri, delle metafore. Che si svolgono tra l’onirico e l’ironico, dove il secondo aspetto è la chiave di lettura che permette la contestualizzazione nella realtà quotidiana del primo.
Come si conviene a chi cerchi nella psichedelia uno strumento di approfondimento e non di mero annullamento dell’ego, quindi, le persone e le realtà raffigurate da Marta Sesana vogliono essere decisamente realiste ed espressive, descrivendo una realtà mimetizzata e non naturalistica, in cui si cerca di approfondire l’aspetto emotivo. Ecco il perché del suo utilizzo dei colori, forti e realmente vivi: la cromìa dell’artista ha una funzione fortemente espressionista, i suoi colori hanno il compito di evocare le inquietudini, gli stati d’animo e gli aspetti meno visibili delle persone e delle situazioni ritratte.
Marta Sesana esporrà, dal 13 febbraio al 22 marzo 2014, alla galleria “Antonio Colombo Arte Contemporanea”, nel contesto della doppia personale “On The Border”, assieme a Carlos Donjuan e curata da Luca Beatrice.
È spesso difficile, per i giovani talenti italiani, riuscire a farsi spazio nel nostro Paese. Non perché manchino stimoli per il giusto fermento creativo, ma piuttosto perché le gallerie stesse sembrano tenere in poca considerazione la possibilità di investire su nuovi artisti. Se a questo uniamo l’aspetto apparentemente decostruzionista di Dario Puggioni – che entra inevitabilmente in conflitto con quello che in Italia ci si aspetta da un “ritrattista” – appare chiaro il motivo che lo ha spinto ad ingrandire le fila di quella “fuga di pennelli” che spesso porta gli stessi a cercare una dimensione più consona; come può essere, nel caso del nostro, quella di Berlino.
La decisione di partire è maturata appena uscito dall’Accademia di Belle Arti di Roma, nel 2008, alla fine di un percorso di studi che ha ripreso dopo alcuni anni sabbatici perché incapace di resistere alla pressione delle “visioni” che gli si presentavano in sogno come durante la veglia: immagini influenzate da passioni antiche dell’artista, come lo studio delle scienze naturali ed in particolare dell’entomologia, che – insieme con le inquietudini e le domande personali cui cercava risposta – lo hanno portato a immaginare delle ipotetiche evoluzioni del corpo umano verso la formazione di nuovi organi di senso.
I volti trasformati di Puggioni, se da un lato ricordano le opere di artisti della sua generazione dallo stesso apprezzati, come i “Pie Face” di Adrian Ghenie o i visi oltraggiati del nostro Nicola Samorì, dall’altro se ne distanziano perché in essi sono preponderanti l’aspetto decostruttivo e quello dissacrante; in questo senso, tornano maggiormente alla mente artisti come Odd Nerdrum (che Puggioni ammira in modo particolare) o Gottfried Helnwein.
La ricerca di Dario Puggioni è iniziata dopo che si faceva insistente una domanda. Ci dice: “Qual è il confine, il limite che c’è fra noi e il mondo? Riuscii a trovare risposta in un paio di testi di Gilles Deleuze, che parlavano appunto di una “Logica della sensazione” attraverso il lavoro di Bacon. Il limite siamo noi, o meglio lo è il nostro corpo”
Si parla quindi di un corpo fisico che contiene il nostro Io, ma che così facendo – di fatto – lo “contiene” anche nel senso che ne limita l’espansione verso l’esterno, e ne tarpa la sensibilità.
I corpi, i visi di Puggioni cercano un nuovo modo di percepire la realtà. Come insetti in rapida evoluzione, i suoi umani sviluppano nuovi organi, che nascono attraverso gli strati della figura ritratta (“dipingo vari layer uno sopra l’altro, e li metto o li tolgo a seconda delle sensazioni. Scavando all’interno degli strati, come un archeologo, vado oltre le nostre sovrastrutture e cerco il nucleo essenziale, la vera essenza dell’uomo”) e la deformano, la allungano, alla ricerca di una nuova sensibilità.
Si tratta di tentativi di evoluzione che a volte sono vincenti, e che spesso falliscono, portando solo a deformità che però rappresentano a loro volta il punto di partenza verso una nuova evoluzione.
In questo senso, la ricerca di Puggioni non è tanto orientata verso il dolore, o verso la sconfitta ed il fallimento – che sono comunque aspetti che l’artista tratta – quanto verso il tentativo di superare una fisicità che limita, andando oltre il ritratto e oltre il corpo, raffigurando di volta in volta il risultato di una nuova evoluzione, che sia vincente o che non lo sia.
“Dove osano le idee”: questo il claim del Salone Internazionale del Libro di Torino 2013. È confortante che, a dispetto della calma piatta espressa dai veri protagonisti del medesimo – ovvero i libri – un simile slogan sia stato fatto proprio da chi al Salone c'era, ma senza aver scritto nemmeno una parola sulla carta. Ma tant'è, è con piacere che osservo che sempre più spesso l'arte si ritagli (e mai verbo fu più calzante in questo caso) spazi da protagonista anche in contesti in cui dovrebbe farla da comprimaria. E qui bisogna ringraziare uno spirito sensibile com'è quello di Luca Beatrice, se siamo stati in grado di osservare – molto più in alto del livello del mare calmo delle pagine scritte, arrampicati su una scala sui cui ultimi pioli solo le aquile possono osare – la bellezza della nascita di un'opera d'arte in ogni sua fase. Creata, nel corso dei cinque giorni del Salone, dagli inarrivabili Sten e Lex. Che la carta hanno preferito ritagliarla, e che grazie alla sola punteggiatura nera hanno scritto, su un muro appositamente allestito, una pagina memorabile in questa fiera di pagine passabili.
Non ho potuto non intervistare i due artisti, approfittando della rara occasione di poterli incontrare: generalmente infatti, come potrete intuire, cercano di allontanarsi il più presto possibile dalle sedi in cui le loro opere sono in mostra. Ed in tal senso, la mia prima domanda...
Che effetto fa realizzare un lavoro commissionato, e quindi lavorare con la gente che vi guarda alla luce del sole, per voi che quasi sempre siete costretti a compiere l'opera di notte e scappare?
Sten: Effettivamente è la prima volta che realizziamo un'opera davanti ad un pubblico così vasto. Ci vuole molta più concentrazione. Infatti, per abituarci a questo lavoro ci abbiamo messo un po'; ma una volta che ti concentri non ti distrai più e pensi solo al lavoro che stai facendo. Lex: È totalmente diverso: qui abbiamo avuto tutto il tempo e la calma necessari per poter lavorare. Però in effetti già da tempo ci stiamo spostando verso lavori che sempre più spesso ci vengono commissionati, oppure partecipiamo a grandi festival... perché quello che ora ci interessa di più è realizzare grandi opere pubbliche.
Ma la commissione non snatura il vostro lavoro? Il muro e l'ambiente vi hanno sempre ispirati: ora dove sono? La street art è, appunto, “Street”: ma voi oggi siete invitati ad esporre a Londra, Shangai... Questo non ha cambiato la vostra arte?
Sten: Sì, cambia il contesto e manca sicuramente il paesaggio urbano che di solito è giá predefinito. E lavorare su un muro inserito in un ambiente in realtà è più complesso, perché implica un discorso di responsabilità estetica da parte dell'artista. In galleria il supporto è diverso, e lo è ovviamente anche l'approccio del pubblico. Ma il valore di un' opera può essere molto alto sia in uno studio, che in una galleria, che su un muro di strada. Quello che veramente è importante è il talento dell'artista: non tutta la street art è bella. Spesso i media prendono ad esempio artisti a casaccio, senza badare al loro effettivo valore.
Quindi non agite per il fascino del rischio, o come atto di protesta, ma il vostro è un puro gesto artistico?
Sten: Quando io ho iniziato mi interessava il fatto che a Roma non ci fossero immagini sui muri. In quel periodo a Roma non esisteva una cultura del figurativo nel contesto della Street, e il fatto di vedere anche solamente un piccolo ritrattino su un muro mi dava molta soddisfazione. Anche se ti parlo del 2001, e quel genere di lavori oggi non li rifarei, all'epoca aveva un senso profondo soprattutto per noi che li realizzavamo. Oggi lo facciamo in un'ottica diversa rispetto al passato. Anche la visione della Street peraltro è cambiata. Lex: Noi non siamo stati writer, e in tal senso l'atteggiamento di “protesta” era del tutto assente. Inizialmente era soprattutto un approccio ludico: alcuni amici ci hanno insegnato la tecnica dello stencil, che a Roma era praticamente inesistente, ci è piaciuta e ci divertiva molto l'idea di uscire la sera e realizzare le opere. In questo senso, sicuramente un certo amore per il rischio non mancava. All'epoca io e Sten lavoravamo su soggetti differenti, ma uscivamo insieme in strada...
Ho capito! Quindi vi siete conosciuti facendovi il palo a vicenda, altro che affinità artistica!
Lex (ride): Bravissima, hai indovinato!
Vi è un po' rimasta, come alla maggioranza degli artisti Street, quest'ansia data dall'illegalità del vostro lavoro: infatti non vi volete far fotografare né riprendere nemmeno qui al Salone... o forse in gran parte questo è un escamotage per creare del mistero intorno all'artista?
Sten: Sì, c'è quest'aspetto. Hai ragione tu. Inizialmente questo atteggiamento era nato come modalità per tenersi protetti da questioni legali; però poi abbiamo notato che si viene a creare anche un'alone di mistero con la gente, e questo non ci dispiace. Ma per quanto riguarda noi, c'è anche il fatto che preferiamo che le persone apprezzino non tanto l'artista in quanto personaggio, ma l'opera d'arte in sé.
Comunque qui al Salone la gente vi ha visti...
Sten: Effettivamente noi abbiamo un approccio più soft rispetto a un Banksy che proprio non appare mai. Comunque, relazionarci coi media è qualcosa di molto difficile per noi, e cerchiamo di evitare radio e video.
A proposito del Salone, avete ricevuto qualche indicazione particolare, o subìto qualche forma di limitazione anche involontaria relativamente a quest'opera?
Sten: Devo dire che sono stati molto aperti a qualsiasi tipo di immagine noi volessimo proporre. Quindi è una commissione, ma in totale libertà. Noi inizialmente ci aspettavamo che ci chiedessero di realizzare il volto di uno scrittore. Invece no, e per noi è stato un vero piacere, perché di solito realizziamo immagini di persone anonime, e ritrarre uno scrittore famoso avrebbe significato una decisa deviazione dalle nostre tematiche abituali.
Insomma, sembra che l'Italia si stia sempre più aprendo alla Street Art, e questo evento ne rende testimonianza.
Lex: La Street Art purtroppo è ancora legata, soprattutto qui da noi, a dei preconcetti che la vedono come qualcosa di diseducativo, ed è un vero peccato. Ci sono molte strutture architettoniche che verrebbero sicuramente valorizzate con interventi da parte di validi artisti Street. In effetti, l'architettura ha ormai perso gran parte della valenza artistica che aveva nei secoli passati: la Street potrebbe contribuire a ravvivare i palazzi moderni, che sono troppo grigi. Ma questo proprio con una sinergia a livello progettuale, sin dall'inizio.
In fondo, cosa facevano gli artisti del Rinascimento che affrescavano le chiese, se non rendere vivi dei muri?